L’alluce è il primo dito del piede, ovvero quello deputato ad una funzione fondamentale del passo: quella propulsiva.

Questa funzione è svolta, per la precisione, dal primo metatarso che deve sopportare la maggior parte della pressione del corpo, specialmente durante:

  • il cammino;
  • la fase di appoggio;
  • la fase di spinta.

Per via dell’importanza delle forze coinvolte, qualsiasi difetto o variazione nella biomeccanica del primo metatarso e quindi, più generalmente, del primo dito, possono influenzare la biomeccanica di tutto il passo portando a sovraccarichi e dolori articolari.

È questa infatti la colpa del tanto odiato alluce valgo o del meno conosciuto alluce rigido.

Torna in Cima

L’alluce valgo

L’alluce valgo è una patologia che consiste nella deviazione verso l’esterno del primo dito del piede, quasi sempre accompagnata da una speculare deviazione verso l’interno del primo metatarso.

Si tratta di una patologia che non ha solamente un impatto di tipo estetico: come ho detto, l’alluce ha una considerevole funzione durante il passo e la sua incapacità di assolvere questa funzione propulsiva [a causa del valgismo o della rigidità] rende necessario scaricare il peso sulla parte esterna del piede.

Le altre dita si deformeranno lentamente di conseguenza, a causa del sovraccarico a cui vengono sottoposte: ecco perché spesso la griffe delle dita o la metatarsalgia plantare, sono associate alle deformità dell’alluce.

Torna in Cima

Diagnosi e patologie correlate dell’alluce valgo

Diagnosticare l’alluce valgo è di solito piuttosto semplice: la deviazione del dito e la cosiddetta “cipolla”, la sporgenza che crea il metatarso con la sua “borsa” che si può infiammare e dare luogo a manifestazioni molto dolorose, sono segni piuttosto evidenti di una condizione patologica.

Più difficile è comprendere quale ne sia la causa. Le cause possono essere legate all’ereditarietào ad alcune patologie come l’artrite reumatoide, ma non è sicuramente da ricercare nelle calzature.

Non di rado, l’alluce valgo si accompagna alle deformità delle dita come le dita a griffe o le altrettanto conosciute dita a martello, una particolare deformazione che si ha quando l’ultima falange delle dita del piede si piega verso il basso, ricordando la forma di un martello.

Questo avviene non di rado proprio per via dell’aumentato carico che le dita stesse debbono sopportare per colpa della deformazione dell’alluce.

Un’altra deformità che può associarsi all’alluce valgo è la sindrome pronatoria o piede piatto.

In questi pazienti bisogna valutare se la correzione chirurgica possa prendere in considerazione solo l’avampiede o debba interessare anche il retropiede a correzione del piattismo.

In alcuni casi infatti il piattismo del piede è una delle cause che può spingere l’alluce a recidivare tornando valgo. Questo è sicuramente più tipico nell’alluce valgo giovanile dove spesso è proprio il piede piatto a provocare il valgismo dell’alluce a causa del collasso del piede verso l’interno e della spinta laterale esercitata sull’alluce stesso.

Torna in Cima

L’intervento chirurgico: perché è l’unica soluzione risolutiva?

L’alluce valgo è una deformità scheletrica, non è quindi pensabile una sua regressione spontanea.

Per lo stesso motivo il trattamento conservativo attraverso l’assunzione di farmaci antinfiammatori e l’utilizzo di tutori ortopedici può alleviare i sintomi, ma non si tratta di una cura reale o risolutiva.

Di conseguenza, l’unica soluzione davvero decisiva per l’alluce valgo, nel momento i cui i sintomi diventino importanti e limitanti, è l’intervento chirurgico.

È molto importante una corretta valutazione clinica e radiografica per programmare l’intervento chirurgico, in quanto per ottenere un risultato definitivo è necessario tenere conto delle cause e delle eventuali deformità correlate. Il piede è infatti un complesso dato da articolazioni, muscoli ed ossa che va valutato come un sistema, nella sua interezza; senza questo approccio, non è concepibile un risultato soddisfacente.

Torna in Cima

La chirurgia: quale tecnica chirurgica scegliere?

La tecnica che il chirurgo ortopedico sceglierà per il trattamento dipende ovviamente dalla sua valutazione, dalle esigenze del paziente e dalla confidenza che ha con le varie tipologie di procedure. Prima di proseguire è infatti essenziale sottolineare che non esiste tecnica migliore se non quella cui il chirurgo ha più confidenza, a patto che, sia chiaro, si tratti di una tecnica efficace e scientificamente validata.

  • Tecnica open

Le tecniche classiche, anche dette “open”, prevedono la necessità di esporre l’articolazione attraverso delle incisioni cutanee. In questo modo è concessa una visione completa dell’articolazione ed una corretta valutazione dell’eventuale presenza di degenerazione articolare.

Queste tecniche prevedono l’utilizzo di mezzi di sintesi che mantengono stabile la correzione ottenuta e che vengono affondati nell’osso senza che sia necessario rimuoverli in un secondo momento.

  • Tecnica mini-invasiva percutanea

L’approccio percutaneo mininvasivo consente di ottenere i medesimi risultati dell’approccio “open” utilizzando un accesso mini-invasivo, ovvero praticando piccoli buchi nella pelle invece di un’incisione più grande.

Questa tecnica non prevede l’utilizzo di mezzi di sintesi, motivo per cui bisogna essere molto rigorosi nel bendaggio post-operatorio, che deve essere sempre eseguito da un “addetto ai lavori” e non dal paziente stesso.

Il bendaggio infatti ha la funzione di mantenere la correzione ottenuta fino alla consolidazione ossea. I tempi chirurgici possono essere notevolmente ridotti grazie a questa tecnica, ma la mancanza di una sintesi può portare al perdurare, per tempi lievemente più lunghi, della tumefazione del piede nel post-operatorio.

  • Tecnica mista

Un’ulteriore possibilità è quella di adottare una tecnica mista, che preveda di utilizzare sia l’approccio mini-invasivo che “open” effettuando incisioni che oggigiorno grazie all’evoluzione delle tecniche, hanno dimensioni davvero ridotte rispetto ai tradizionali approcci.

Ovviamente questo approccio ha lo scopo di coniugare i vantaggi della chirurgia mini-invasiva adattandola ad alcune necessità, per le quali in precedenza si utilizzava la tecnica open ed ha consentito di ampliarne l’utilizzo anche in casi inizialmente considerati meno idonei, permettendo ad un maggior numero di pazienti di beneficiare dei vantaggi delle due tecniche.

Torna in Cima

come-il-chirurgo-sceglie-la-tecnica-adatta--min

Come il chirurgo sceglie la tecnica adatta

Valutare correttamente il problema e la sua influenza sul paziente è fondamentale nella scelta della tecnica e delle modalità di trattamento da adottare.

Il grado di deformità ha un ruolo rilevante nella scelta della procedura chirurgica, così come lo studio delle deformità che si possono associare all’alluce valgo.

In caso di una valutazione effettuata superficialmente, infatti, può aumentare considerevolmente il rischio che il problema non sia completamente risolto e che il paziente scivoli in una fastidiosa recidiva.

Torna in Cima

Il nostro decorso post-operatorio

Terminato l’intervento, che nel nostro caso prevede l’utilizzo di tecniche miste, open e mini-invasive associate, il paziente dovrà indossare una speciale scarpa ortopedica che serve ad evitare che il risultato dell’operazione chirurgica possa essere compromesso.

Si tratta di una scarpa piana che sarà necessario indossare per 30 giorni, ma che permetterà la deambulazione fin dai primi momenti dopo l’intervento, compatibilmente con il dolore.

Nei primissimi giorni dopo l’intervento è perfettamente normale che il paziente sperimenti gonfiore, prurito e dolore, facilmente domabile con gli antidolorifici prescritti in dimissione.

Dopo i primi 15 giorni avverrà il primo cambio della medicazione e la desutura. Il secondo controllo, a 30 giorni dall’intervento vedrà , dopo aver visualizzato la radiografia di controllo, l’abbandono della scarpa post-operatoria e la ripresa della normale deambulazione.

La deambulazione a 30 giorni tuttavia, non sarà ancora sciolta e normale.

Viene consigliato l’utilizzo di una calzatura comoda e morbida e nelle settimane successive sarà possibile riprendere il graduale utilizzo di tutte le calzature ad eccezione dei tacchi alti che la maggior parte delle pazienti riesce ad indossare intorno ai 90 giorni dall’intervento.

Torna in Cima

Scrivimi ora