Introduzione

Il tendine d’Achille è il tendine più lungo del nostro corpo e quello sollecitato dalle forze maggiori.

Possono sembrare dei dati anedottici, che si dimenticano poco dopo averli letti.

In realtà se correliamo queste due informazioni con l’anatomia del tendine e dei tessuti che lo circondano diventa tutto più chiaro: la sua fisiologia, la sua patologia, come fare prevenzione e come controllare i sintomi.
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Che cos’è il tendine d’Achille?

Il tendine d’Achille ha infatti alcune caratteristiche tipiche, come per esempio la mancanza della guaina simil-sinoviale che normalmente avvolge le strutture tendinee del nostro corpo.

Nel suo caso invece è presente una sottile guaina, come un foglietto piuttosto sottile che prende il nome di peritenonion.

La differenza principale di questi due rivestimenti è che il peritenonion non fornisce un supporto vascolare così importante al tendine.

Come arriva quindi il nutrimento, l’apporto vascolare, al tendine d’Achille?

Questo (il nutrimento) raggiunge il tendine tramite il muscolo da cui il tendine stesso deriva o dal calcagno, osso su cui si inserisce.

In questo modo è facilmente comprensibile come la parte “central” del tendine, cioè quella a 3-4 cm dalla sua inserzione sia anche quella che riceve meno supporto vascolare e che più di altre può correre il rischio di andare incontro ad una patologia cronica degenerativa.
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Perché si rompe il tendine d’Achille?

Dopo questo piccolo incipit è quindi molto più semplice spiegare come mai si può andare incontro ad una rottura del tendine d’Achille, il più delle volte senza che si verifichi un vero e proprio trauma.

Infatti la tipica rottura del tendine d’Achille non è legata ad un trauma ad altro impatto.

Solitamente avviene durante gesti minori: camminando o salendo i gradini.

Non è quindi il trauma la causa della lesioni, bensì un processo degenerativo di lunga data che porta il tendine ad una lenta e progressive degenerazione.

Il lento progredire della patologia cronica degenerative, legata come spiegato ad un deficit nel supporto vascolare, fa sì che la sintomatologia spesso non si presenti se non nel momento acuto della rottura del tendine.

Ci sono però ancora tante domande che immagino i lettori si staranno ponendo:

  • chi soffre di questa patologia cronica degenerativa chiamata tendinopatia non inserzionale achillea?
  • come si fa a saperlo per tempo e a curarsi prima di una lesione completa del tendine?
  • Si può prevenire?

Andiamo per ordine.
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La tendinopatia non inserzionale achillea

La tendinopatia non inserzionale achillea è una patologia che può colpire in ugual misura donne e uomini, generalmente in un’età compresa tra i 40 e i 60 anni d’età.

Talvolta i pazienti lamentano dolore a livello del polpaccio, qualche centimetro al di sopra dell’inserzione del tendine sul calcagno.

Il più delle volte la sintomatologia si presenta durante l’attività sportiva, ma non di rado tende ad aggravarsi fino alla permanenza della sintomatologia algica anche durante i gesti più semplici, come camminare.

Indubbiamente la tendinopatia non inserzionale Achillea, è il primo segno di sofferenza del tendine.
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Terapie conservative e prevenzione

Quando si parla di tendinopatia non inserzionale achillea, ci si riferisce ad una patologia cronica degenerativa.

Le terapie conservative sono indubbiamente il primo passo per il trattamento di questa patologia.

Lo stretching è fondamentale.

Eseguito con costanza e dedizione può davvero aiutare il paziente a controllare la sintomatologia.

Talvolta però la lunga durata dei sintomi e la forte limitazione funzionale richiedono un aiuto ulteriore.

Ecco quindi che le terapie fisiche come la Tecarterapia o le onde d’urto possono fornire un valido supporto, andando a stimolare il microcircolo e migliorando l’apporto sanguigno.

In caso di un fallimento delle terapie conservative la chirurgia può entrare in nostro aiuto.

Si parla di interventi chirurgici mini-invasivi che hanno la finalità di migliorare l’apporto sanguigno, attraverso piccolo incisione, di transfer tendinei per portare un tendine in supporto ad un altro, ma la vera novità è la terapia biologica che sfrutta il potere anti infiammatorio del PRP, o rigenerativo delle cellule adipose o dei monociti.
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La rottura del tendine d’Achille

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Nel caso di fallimento delle terapie, il tendine d’Achille può andare incontro ad un processo di rottura, che il paziente spesso ricollega ad un trauma minore, ma che il più delle volte non è altro che lo stadio finale della malattia degenerativa.

Per essere più chiari se paragoniamo il tendine d’Achille ad una corda, possiamo dire che nel caso di una patologia degenerativa del tendine questa corda inizia piano piano a sfilacciarsi fino a quando, ad un certo punto, si rompe.

Infatti il piccolo trauma riferito dal paziente non è altro che la classica goccia che fa traboccare il vaso.

Questo spiega perché tipicamente la rottura avviene durante gesti che non mettono particolarmente in tensione il tendine d’Achille o che non richiedono una particolare forza, come camminare o salire le scale.

Indubbiamente, per quanto sembri banale, in caso di rottura del tendine d’Achille il primo passo è la diagnosi.
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Rottura del tendine d’Achille: la diagnosi

L’esame obiettivo in questo è fondamentale:

  • il paziente solitamente presenta un affossamento lungo il decorso del tendine (il segno del valluum);
  • il test di Thompson positivo;
  • edema ed ematoma diffuso.

Il dolore non è sempre importante, talvolta i pazienti possono essere asintomatici, ma riferire l’impossibilità di muovere la caviglia andando in mezzapunta (plantarflessione).

La diagnosi clinica è quindi fondamentale, mentre ecografia e risonanza magnetica ci possono essere utili soprattutto per valutare con precisione l’altezza della lesione e il grado di retrazione dei monconi del tendine lesionato.
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Il trattamento del tendine d’Achille: conservativo e chirurgico

In caso di diagnosi di rottura del tendine d’Achille abbiamo a disposizione due opzioni terapeutiche:

  • quella conservative;
  • quella chirurgica, che idealmente non dovrebbe essere differita.

Recentemente la letteratura, in particolare quella anglosassone, ha fatto tanto discutere per avere così tanto promosso la terapia conservativa che, tuttavia, prevede un’immobilizzazione prolungata fino a 90 giorni.

È indubbio che la scelta della terapia, conservativa o chirurgica, debba essere ampiamente discussa con il paziente, tenendo conto al di là delle statistiche, delle condizioni generali del paziente, così come delle richieste funzionali.

Indubbiamente, la bassa invasività dei moderni interventi, intendendo con questo termine sia le ridotte incisioni chirurgiche, sia i ridotti tempi chirurgici che di immobilizzazione post operatoria (circa 40 gg), suggeriscono di valutare l’intervento chirurgico come un’ottima opportunità per un paziente in buone condizioni di salute.

La riduzione dei tempi chirurgici e soprattutto dell’incisione chirurgica non ha solo una finalità estetica o legata al recupero, ma soprattutto quella di ridurre il rischio di una delle più importanti complicanze post-operatorie: il ritardo di guarigione della ferita chirurgica.

Questo infatti determina un’esposizione “tendinea” ed un rischio di infezione e talvolta necrosi tendinea.
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Tempi di recupero post-operatorio

Dopo l’intervento chirurgico bisogna prevedere un periodo di immobilizzazione con il piede e la caviglia posizionati a 90° di circa 40 giorni.

Trascorsi i 40 giorni sarà possibile un carico precoce alla rimozione del tutore.

Il ritorno al passo, alla guida e alle normali attività e previsto a 2 mesi circa dall’intervento, mentre il ritorno alle attività sportive ad alto impatto di solito avviene tra i 7 e i 9 mesi dall’intervento.
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