Protesi caviglia: l’intervista ad un paziente motociclista dopo l’intervento.

Francesco G., 40 anni, motociclista. Sposato, 2 figli e una passione per la moto che condivide con la moglie.

Qual è l’emozione più piacevole di quest’ultima settimana?

Questo sabato, ho fatto colazione con la mia famiglia, sono sceso in garage. Ho fatto le scale e mi sembrava di volare.
Mi sono messo il casco, ho aspettato mia moglie e abbiamo accesso il motore della nostra moto. Lo scoppiettio del motore che rimbomba, gli odori, mia moglie che mi abbraccia stretta dietro di me… il nostro primo giro in moto dopo l’intervento di protesi di caviglia.

Ma è davvero un’emozione così forte ogni volta che accende la moto?

Lo è, ma quest’anno in particolare. Erano sette anni che non l’accendevo più.

Possiamo saperne di più?

Certo. Sono un paziente affetto da artrosi di caviglia. Beh, oggi ho una protesi di caviglia. Quindi, ero un paziente affetto da artrosi di caviglia.
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I sintomi dell’artrosi di caviglia

Che problemi avevi?

Non riuscivo a camminare senza dolore, ma in realtà è riduttivo descrivere le mie sensazioni in questo modo.

Mi spiego meglio: ogni volta che il mio piede toccava per terra, che la punta del mio piede lo faceva, senza sostenere il peso, ogni volta, era una fitta nella caviglia.

Poi, per riuscire a sorreggermi in piedi dovevo arcuare il ginocchio perché era come se un grosso cordone dietro la caviglia mi obbligasse a stare in punta di piedi. Alla fine anche le coperte sul mio piede la notte mi provocavano dolore.

Non si muoveva?

Né io, né la mia caviglia. Era inchiodata. Non potevo camminare, poter fare le scale come ho fatto questo sabato mattina: un pensiero indecente! La moto era solo un malinconico e triste ricordo.

Com’è possibile che l’artrosi si presenti così presto?

Il mio ortopedico mi ha spiegato ancora prima di visitarmi, solo sentendo la mia storia, che l’artrosi di caviglia è una malattia che rovina l’articolazione, letteralmente fa cambiare forma e funzione alla caviglia, ma non è legata all’età. Solo ad un trauma, come nel mio caso.

Puoi spiegarci meglio?

Certo. 7 anni fa ero sul lago di Como, con mia moglie. Non andavo forte. Semplicemente assaporavo la mia moto, l’aria, la libertà che ogni motociclista sente cavalcando la sua moto.
Poi di fianco a me un’auto, improvvisamente, cambia corsia per effettuare un sorpasso: non mi aveva visto. Io ricordo solo l’impatto, la caduta, poi tanta confusione.

Ti sei svegliato in ospedale?

No, non ho mai perso conoscenza. Semplicemente sono attimi dove è difficile coordinare nella mente, non hanno più un ordine logico.
Solo domande e sensazioni che si susseguono: “Come sta, Laura (ndr, mia moglie)?”. Provi a muoverti ma senti una fitta acuta alla coscia e non ci riesci. Poi, secondi, minuti, ore, qualcuno ti solleva e ti porta in ospedale.

Una grande paura, insomma.

Sì, indubbiamente, e sono stato fortunato perché in quel momento mia moglie mi teneva la mano, in piedi, sana. Intendo: quante persone si sono trovate nella mia posizione senza poter stringere una mano amica? Io avevo Laura, mia moglie, sentivo male, tanto male, ma lei era lì con me.

In ospedale?

Arrivato lì è stato tutto più difficile. Perché probabilmente la scossa adrenalinica era cessata, probabilmente i pensieri, i figli, l’ansia del futuro.
Ho cominciato a sentire dolore alle due cosce, ogni colpo di tosse, ogni movimento, io sulla barella che venivo spostato; un grande dolore. E poi la mia gamba: vedevo l’osso uscire dalla mia gamba. Ricordo che quando l’ho vista, sono quasi svenuto da sdraiato.. certo non sono un cuor di leone, ma quella vista.. l’ho in mente ancora ora.

E poi..

Devo ringraziare ancora oggi i medici dell’Ospedale “Moriggia-Pelascini” (Gravedona, Como). Una lunga domenica per loro, per mia moglie fuori dalla sala operatoria, per me.
Un’ora dopo l’altra. 5 ore dopo avevo due chiodi nelle cosce (uno per femore), placca e viti nella caviglia. Devo ringraziarli non solo per la professionalità, ma anche per avermi operato subito e questo ho scoperto fa la differenza soprattutto nei casi di fratture esposte.

Un decorso complicato?

Non così tanto. Mi preoccupavano i femori, ma nel giro di due mesi potevo già reggermi sulle mie gambe senza dolore o quasi perché, purtroppo, la caviglia si faceva sentire in modo persistente.

Con il tempo è migliorato?

Inizialmente sembrava essere così, poi in realtà il dolore si è stabilizzato, limitando notevolmente quello che potevo fare. Buffo, i femori erano solo un ricordo, avevo solo le cicatrici a ricordarmelo, ma niente di più. La caviglia, invece, era la mia croce e mi rendevo conto che piano piano si deformava e si irrigidiva.

Quindi cosa hai fatto?

Devo ringraziare (ancora) mia moglie che mi ha spinto ha cercare qualcuno che mi potesse aiutare. Sono stato visitato a Roma, a Torino, a Bologna, insomma ho girato l’Italia, ahimè in treno e non con la mia moto.

Non riuscivi a convincerti a fare un’altra operazione?

No, il problema non era quello. Il dolore e la disabilità sono tali che cerchi fermamente qualcuno che ti operi. L’idea di non poter fare una passeggiata con tuo figlio, tirare due calci al pallone, un giro in biciclette con lui, sono motivazioni troppo forti.
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L’intervento di protesi di caviglia

E allora?

Tutti mi proponevano di “fondere la caviglia“, qualcuno aveva considerato l’idea della protesi di caviglia, ma poi la deformità li portava a non considerare quella ipotesi. Certo, tutti i medici mi hanno spiegato che con una “caviglia fusa” (artrodesi di caviglia) sarei riuscito a camminare bene e che, in fondo, la mia caviglia era già “fusa” ma non riuscivo a convincermi della cosa.
L’idea del blocco non mi andava giù.

Come hai risolto il tuo problema alla caviglia?

Alla fine sono andato a Milano e ho trovato un medico che mi ha dato fiducia, mi ha spiegato che poteva aiutarmi a preservare il movimento e che lo avrebbe fatto con una nuova protesi di caviglia, per di più passando da una cicatrice che già avevo, non che la cosa avrebbe fatto la differenza, ma mi ha convinto la spiegazione nel dettaglio e i rischi che mi sono stati descritti da subito; nell’immediato la problematica dell’infezione e nel lungo termine la possibilità che qualcosa si consumi e che sia da “revisionare” e quindi da cambiare. Il percorso mi è stato spiegato nel dettaglio e ho scelto.

Ti sei operato?

Sì, ho deciso di sottopormi ad una protesi di caviglia con osteotomia del perone.

Cosa vuol dire?

Significa che ho un taglio sul lato della mia caviglia e da quel taglio, lateralmente, mi hanno inserito la mia protesi di caviglia.

Dal lato?

Sì, mi hanno spiegato che questa è una novità che permette alla pelle di guarire più velocemente e, in effetti, dopo 15 giorni non avevo più i punti. Il taglio era completamente chiuso e già dal primo mese post-operatorio potevo camminare appoggiando il peso sulla mia caviglia nuova.

Quindi dopo un mese sei tornato alla tua vita?

No, in realtà ho cominciato a camminare a un mese ma con un po’ di dolore che è andato via via sparendo. Posso dire che, verso il terzo mese post-operatorio sono tornato al mio stile di vita precedente, completamente convinto di aver fatto la scelta giusta!
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Opinioni sulla protesi di caviglia

Oggi ho una protesi di caviglia, le coperte sui miei piedi non mi danno più fastidio, cammino, faccio le scale e, soprattutto, gioco con i miei figli.

Mi è stata restituita la mia vita di prima. Vado anche in moto, certo con ancora più prudenza ma quel senso di libertà quando cavalchi la tua sella, le vibrazioni del motore, la persona che ami dietro di te. Sono emozioni a cui sono felice di non dover rinunciare.
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