Per la cura dei problemi di cartilagine alla caviglia, la nuova frontiera della biologia: l’ortobiologia.

Innanzitutto presentiamo ai non addetti ai lavori l’Ortobiologia.

Questa storia inizia con il raccontarvi l’evoluzione della professione di medico chirurgo ortopedico negli ultimi 50 anni, soffermandomi sui recenti e preziosissimi progressi.

Dovete sapere che quando mio nonno faceva il medico, l’ortopedia non era riconosciuta come “specializzazione” bensì come disciplina. L’ortopedico si occupava di far guarire fratture e deformità scheletriche. A sua disposizione, il più delle volte, aveva gessi, tutori e qualche lettino; oggetti che ad oggi potrebbero essere assimilati a strumenti di tortura.

Negli anni, l’ortopedia ha assunto una propria identità tra le diverse specialità mediche; la chirurgia ortopedica, in particolare. Oggi, l’ortopedico si occupa di fratture, protesi, tribologia (interazione dei materiali con l’organismo e tra di loro), patologia tendinea, biologia, ricerca. Il suo bagaglio culturale è cresciuto nel tempo anche grazie alla costante sinergia con altre figure del mondo scientifico.

Analogo percorso può essere narrato per la Biologia. Un’evoluzione inimmaginabile, che oggi permette l’utilizzo delle cellule staminali ed i loro derivati per rigenerare i tessuti, favorendo la loro guarigione.

Ecco, l’ortobiologia è proprio questo: biologia al servizio del malato ortopedico, pazienti colpiti a livello del sistema muscolo-scheletrico.

La biologia, in sinergia con l’ortopedia ha offerto ed offre risultati straordinari per la cura di patologie della cartilagine, partendo da presupposti, spesso, cosi diversi nelle varie aree di ricerca del mondo.

Per farvi capire meglio il valore aggiunto dell’ortobiologia, provo a raccontarvi la storia del susseguirsi di tecniche utilizzate per la risoluzione dei problemi cartilaginei della caviglia.

La prima tecnica adottata fu la condroabrasione. Forse alcuni di voi ricorderanno i problemi di cartilagine alla caviglia del famoso calciatore Marco Van Basten. Il mio idolo fin da bambino fu sottoposto a condroabrasione nella speranza che la cartilagine si rigenerasse. Ahimè, il risultato non fu quello sperato e Van Basten non tornò più in campo.

I colleghi che mi hanno preceduto non si sono dati per vinti, e negli anni, numerosi sono stati gli approcci utilizzati: microperforazioni, nanoperforazioni, trapianti di cartilagine autologa, trapianti di cartilagine da donatore, membrane collageniche per la rigenerazione tessutale, i fattori di crescita, le cellule staminali… davvero un lungo elenco!

Mettiamo ordine partendo dal principio, quindi dalle microperforazioni.

Sono dei veri e propri buchini che si eseguono nell’osso, nel caso della caviglia, nell’astragalo il più delle volte. Questi facilitano la risalita in superficie di cellule provenienti dal midollo con capacità rigenerativa.

Questa procedura ha dato ottimi risultati con ottimi follow-up fino a 5 anni dall’intervento, oltre i quali la degenerazione cartilaginea generalmente torna ad evolvere.

Passiamo alle nanoperforazioni: perforazioni più piccole, pertanto più concentrate. Sicuramente un passo avanti.

A seguire, sono state adottate le procedure di trapianto di cartilagine (la più famosa: tecnologia OATS). E’ una tecnica che ho studiai negli Stati Uniti, durante la mia formazione presso la Duke University.

Ricordo con soddisfazione questa pratica perché, insieme all’equipè con cui lavoravo, riuscimmo ad utilizzarla ed a analizzarla a tal punto da essere pubblicati sull’ American Journal Sport Medicine, per chi – come me – si occupa di ricerca in ortopedia è un successo senza pari.

Tuttavia, questa si è rivelata essere una tecnica non scevra di difetti, ragione per cui Europa ed America hanno assunto posizioni diverse sul suo utilizzo. Gli Stati Uniti hanno scelto l’utilizzo della Cartilagine da Donatore Giovane, l’Europa ha preferito l’impiego delle membrane.

La scelta americana ha un limite oggettivo: la procedura è molto dispendiosa. Si tratta di un trattamento molto costoso, vengono utilizzati piccoli frammenti di cartilagine -una specie di “polverina magica”- ricca di condrociti (cellule che producono la cartilagine) da donatore.

Sappiate che questa tecnica regala risultati entusiasmanti. Nella mia equipè è presente un’altra testimone di tanti prodigi, la Dr.ssa Camilla Maccario che, durante il suo anno di fellowship negli Stati Uniti, ha potuto operare con uno dei padri di questa procedura il Dr. Lew Schon. Se l’America vanta dunque ottimi risultati, l’Europa non resta a guardate, tutt’altro!

L’utilizzo delle membrane collageniche regala risultati sbalorditivi.

Queste membrane, vengono applicate dopo l’esecuzione di micro o nanoperforazioni.

Le perforazioni sono fondamentali per indurre la presenza di cellule multipotenti (ossia in grado di generare diversi tessuti) nella sede di lesione. Queste però, da sole, non riescono a darsi ordine; ecco spiegata la fibrocartilagine, ossia il tessuto prodotto dalle microperforazioni.

La fibrocartilagine è una cartilagine disordinata, una sorta di gomitolo di filo non un tessuto. Combinando microperforazioni e membrane collageniche si riesce invece a mettere ordine. Il nostro gomitolo, si trasforma in un filare. Scompare così la fibrocartilagine a favore di qualcosa che si avvicina davvero alla cartilagine ialina (la cartilagine che naturalmente abbiamo nelle nostre articolazioni).

Amici, ho provato a raccontarvi brevemente la tecnica e la tecnologia che utilizzo insieme alla mia equipe. La procedura avviene in artroscopia quindi senza che sia più necessario aprire un’articolazione delicata come quella della caviglia.

Questo rappresenta la nuova frontiera per la cura delle lesioni cartilaginee e soprattutto per la prevenzione dell’artrosi di caviglia.

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