Introduzione

Per la maggior parte di noi, camminare è un’azione quotidiana, che diamo talmente per scontata da faticare persino a renderci conto della sua enorme importanza.

Chi sperimenta dolore e difficoltà nel camminare sa bene quanto questo possa avere un impatto essenziale sulla qualità della vita di una persona, influenzandone considerevolmente le scelte quotidiane.

La caviglia è la parte del corpo che congiunge piede e gamba e la sua stabilità ci consente, per l’appunto, di camminare.

L’articolazione fra la tibia, l’osso più grande fra i due che sostengono la gamba, e l’astragalo, è quindi molto più importante di quello che potrebbe sembrare, almeno ad uno sguardo superficiale.

Quando questa si danneggia a causa di traumi o distorsioni, è estremamente importante che il problema sia trattato con la dovuta attenzione.
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Che cos’è una distorsione di caviglia?

La distorsione di caviglia è un evento piuttosto comune, specialmente per chi pratica sport di movimento.

Avviene quando per qualche motivo (un colpo, un trauma o un appoggio sbagliato) l’articolazione della caviglia viene forzata oltre i limiti della propria mobilità.

La distorsione di caviglia può verificarsi “in eversione” o “in inversione”, a seconda che il piede interessato sia stato forzato ad orientarsi verso l’interno o verso l’esterno.

I sintomi che la accompagnano possono essere molto variabili: il paziente potrebbe avvertire solamente un leggero fastidio, così come un dolore tanto forte da risultare insostenibile.

Non è affatto scontato, inoltre, che l’entità del sintomo doloroso rifletta i danni sostenuti dall’articolazione e dai tessuti che ne fanno parte: può capitare che danni lievi diano luogo a dolore, tumefazione e gonfiore importanti o, viceversa, che a danni seri corrispondano sintomi molto più leggeri.

I danni prodotti dalla distorsione sono da valutare con attenzione secondo un metro differente, che tenga conto soprattutto delle lesioni subite a livello dei legamenti e dalla cartilagine che garantiscono il corretto funzionamento della caviglia.

Per questo, la valutazione di imaging andrebbe effettuata a distanza di qualche settimana dal trauma vero e proprio, quando gonfiore e tumefazioni siano diminuiti.

Questo consentirà una più efficace osservazione dei tessuti molli (cartilagini, legamenti, membrana sinoviale) attraverso risonanza magnetica e TAC.

Anche in questi casi non bisogna mai dimenticare l’importanza del semplice esame radiografico: rx della caviglia da effettuarsi in piedi, mentre la caviglia sostiene il peso corporeo.
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Lesioni cartilaginee e instabilità di caviglia

Il vero problema che si può manifestare a seguito di una distorsione, è dovuto al danneggiamento di cartilagine e legamenti, che contribuiscono significativamente a mantenere la caviglia stabile e flessibile allo stesso tempo.

La cartilagine è fondamentale per il corretto funzionamento dell’articolazione, permettendo una corretta lubrificazione, partecipando alla corretta distribuzione dei carichi e fungendo da ammortizzatore.

Una lesione cartilaginea può provocare quindi un importante squilibrio a livello dell’intera articolazione.

Una lesione legamentosa è sicuramente da non sottovalutare, ma rappresenta un danno entità inferiore, questo per la notevole capacità rigenerativa e riparativa dei legamenti e per una peculiare caratteristica della caviglia: quella di essere un articolazione intrinsecamente stabile.

Tuttavia l’instabilità conseguente ad una lesione legamentosa può diventare in alcuni casi fonte di forte instabilità e causa di nuovi episodi distorsivi; in questi casi non bisogna sottovalutare il problema.
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La diagnosi di una lesione cartilaginea

Se in caso di lesioni legamentose, il sintomo principale è l’instabilità, in caso di lesioni cartilaginee indubbiamente è il dolore.

Il dolore, legato al danneggiamento e alla perdita delle funzioni deputate alla cartilagine articolare, può presentarsi in svariati momenti: già dai primi passi, o dopo lunghi percorsi, alla sola mobilizzazione della caviglia o solo durante l’attività sportiva.

Ogni paziente può raccontare una diversa e personale interpretazione del dolore che comunque viene sempre riferito come causa di diminuzione della propria qualità della vita.

La diagnosi deve essere posta però a distanza dall’evento acuto e come ho già accennato, l’eventuale presenza di una lesione osteocondrale, deve essere valutata clinicamente ed essere confermata attraverso la TAC o la Risonanza Magnetica.

Lo studio dell’entità delle lesioni e la loro posizione consentirà allo specialista di formulare la strategia più adatta a risolvere il problema.

I diversi approcci si basano sulle terapie conservative che devono sempre rappresentare il primo approccio al problema, sulla medicina rigenerativa, oggigiorno sempre più potente ed avanzata, e sul trattamento chirurgico.
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Terapie conservative

Per il trattamento dei traumi distorsivi di lieve entità riposo, arto elevato e ghiaccio sono misure sufficienti; dolore e tumefazione si risolvono usualmente nel giro di qualche giorno, un paio di settimane al massimo.

Anche la tecarterapia, tra le varie tipologie di terapie fisiche, può essere di grande aiuto nei casi in cui dolore e tumefazione siano più prolungati.

Fondamentale è poi il recupero della propriocettività per cui consiglio spesso ai miei pazienti l’idrokinesiterapia: camminare in acqua infatti aiuta il paziente a riprendere confidenza con il carico in un ambiente protetto, velocizzando il recupero.
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Terapie rigenerative

In alcuni casi, valutata la sintomatologia, la tipologia e gravità del danno cartilagineo e, cosa fondamentale, l’età del paziente, è possibile ricorrere alla medicina rigenerativa.

Vi sono svariate metodiche che possono essere impiegate a seconda dei singoli casi, sicuramente una delle più conosciute è l’infiltrazione di fattori di crescita, nota come PRP.

Altre metodiche sono divenute ormai affidabili e altrettanto utilizzate come quelle che prevedono l’impiego di cellule adipose o di monociti per la rigenerazione tessutale.

In tutti i casi si tratta di metodiche che prevedono l’applicazione di infiltrazioni di preparato autologo (estratto dal paziente stesso, attraverso un prelievo di sangue o di tessuto adiposo), che viene filtrato e poi iniettato direttamente nell’area interessata dal trauma.

La tecnica ha un effetto duplice: lenisce l’infiammazione e stimola la rigenerazione dei tessuti.

Può essere utilizzata sia da sola, quando il danno da riparare non richieda trattamenti più invasivi, che successivamente all’intervento chirurgico, allo scopo di aumentarne il potenziale terapeutico ed accelerare significativamente i tempi di recupero.
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L’intervento chirurgico AT-AMIC

Esistono varie tecniche chirurgiche per ricostruire il tessuto cartilagineo, alcune delle quali sono utilizzate da moltissimi anni.

Per via delle notevoli percentuali di successo, una delle tecniche che utilizzo preferenzialmente si chiama Artrhoscopic Autologous Matrix-Induced Chondrogenesis (AT-AMIC).

Questa tecnica, che ho ideato personalmente, consiste nel praticare una serie di micro perforazioni direttamente a livello dell’area lesionata e nell’applicare, al di sopra di questa, una membrana (AMIC), inducendo così una rigenerazione tessutale che porti alla formazione di un nuovo tessuto cartilagineo.

L’intervento chirurgico da noi proposto viene eseguito utilizzando una tecnica ideata dal mio team, volta a ridurre al minimo l’invasività e l’impatto della chirurgia sul paziente, per favorire un pronto recupero e ritorno all’attività sportiva.

La novità di questa tecnica risiede nella sua mini-invasività, infatti l’intervento, nei casi in cui non sia richiesto un contemporaneo riallineamento scheletrico, viene eseguito con una procedura artroscopica che consente di accorciare i tempi di recupero e ridurre a sole 3-4 settimane il periodo durante il quale il piede operato non può essere caricato con il peso del corpo.
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