Il tendine d’Achille è una delle parti anatomiche più conosciute, sia per il suo nome evocativo che per il suo ruolo fondamentale nei movimenti di estensione del piede (mezza punta) e nell’effettuare il movimento di spinta.

La funzionalità del tendine d’Achille è quindi essenziale per camminare, correre e saltare.

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Il tendine d’Achille

È in assoluto il tendine più lungo e resistente dell’intero corpo umano, una caratteristica essenziale proprio per la sua importante funzione e per le forti sollecitazioni cui può essere sottoposto.

Misura mediamente una quindicina di centimetri; a differenza della maggior parte degli altri tendini non scorre in una vera e propria guaina sinoviale ma è coperto dal peritenonion, una sottile copertura di tessuto connettivo che ha solo funzioni di protezione.

Il nutrimento necessario al tendine d’Achille è infatti dispensato dall’osso calcaneare, distalmente, e dai muscoli che lo costituiscono, prossimalmente.

Il tendine d’Achille può sostenere sollecitazioni molto forti, infatti può arrivare a sostenere fino a 7-8 volte il peso del corpo durante la corsa o il salto.

La sua elasticità aumenta l’efficienza del movimento di corsa, permettendoci di risparmiare notevoli quantità di energia.

Proprio per questo motivo le condizioni del tendine d’Achille sono estremamente importanti per determinare la potenzialità atletica e, d’altra parte, l’infiammazione del tendine d’Achille o la sua rottura possono avere un impatto notevole sulla qualità della vita, specialmente nelle persone che non sono in età avanzata.
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Perché si infiamma il tendine d’Achille

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Come abbiamo visto poco sopra, il tendine d’Achille è sottoposto a sforzi frequenti ed intensi, motivo per cui non è raro che si infiammi e dia luogo a sintomi dolorosi.

D’altra parte, proprio la sua resistenza e le sue dimensioni lo rendono piuttosto resistente alle rotture.

La tendinite d’Achille è solitamente causata da un trauma, piccolo o grande, che si verifica durante la corsa, i salti o la pratica sportiva in generale.

Anche i microtraumi reiterati dovuti allo stress, all’eccessiva intensità dell’allenamento o ad altre attività che sforzano il tendine e i muscoli del polpaccio possono causare la degenerazione ed il danneggiamento delle fibre che lo compongono, portando all’infiammazione che, se trascurata, può infine condurre alla rottura.

Il sintomo più comune della tendinite d’Achille è un dolore che di solito si manifesta a livello del tallone e si irradia verso l’alto, accentuandosi se si compiono movimenti che vedono impiegato il polpaccio o se la zona infiammata è sottoposta a pressione.

In ogni caso, nella sua fase iniziale l’infiammazione è di solito risolvibile attraverso l’astensione dalla pratica sportiva, lo stetching, il riposo ed eventualmente l’assunzione di farmaci antinfiammatori nella fase acuta del dolore.

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La tendinopatia inserzionale

Non sempre, tuttavia, l’infiammazione del tendine d’Achille è causata soltanto dallo stress o da traumi, talvolta infatti esistono fattori predisponenti.

In alcuni pazienti, la sofferenza del tendine d’Achille è dovuta allo sfregamento del tendine stesso contro l’osso del calcagno; in questo caso, si parla di tendinopatia inserzionale.

La fascia di età in cui questa patologia è più frequente va dai 25 ed i 45-50 anni.

Le ragioni per cui l’infiammazione si sviluppa possono derivare dalla particolare conformazione anatomica del paziente, che talvolta, ma non necessariamente, ha sviluppato sin dall’infanzia il morbo di Severe-Haglund, un’osteocondrosi che si manifesta nell’età pediatrica.

Anche le calcificazioni ossee o tendinee possono essere un fattore scatenante, perché aumentano significativamente l’attrito del tendine durante il suo scorrimento.

La tendinopatia inserzionale può inoltre essere favorita dall’attività fisica intensa, in particolar modo nei pazienti che praticano sport di fatica come la corsa di resistenza. In qualsiasi caso, il primo approccio al problema deve essere rappresentato dal trattamento conservativo e dalla riduzione dello stress meccanico.

Per evitare che la situazione peggiori ulteriormente e scongiurare eventuali ricadute, è importante attenersi strettamente alle indicazioni dello specialista.

È necessario impegnarsi in questo senso sia durante la terapia, con l’astensione o la significativa riduzione dell’allenamento ed il rispetto di tempi adeguati di riposo, che successivamente, ponendo maggiore attenzione per esempio alla scelta delle calzature ed ai piccoli segnali che i piedi ci inviano durante lo sforzo.
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La tendinopatia non inserzionale

Più frequente in una fascia di età successiva (di solito fra i 45 ed i 65 anni) è invece la tendinopatia non inserzionale, che deriva dalla degenerazione delle fibre del tendine d’Achille ed è molto spesso legata alla scarsità di nutrimento che esse ricevono attraverso il calcagno ed i muscoli del polpaccio.

In questo caso, il dolore è solitamente localizzato a 3-4 cm di distanza dal punto di inserzione del tendine d’Achille sul calcagno (quasi al centro del tendine), nelle parti più lontane dalle fonti di nutrimento stesse. Il tendine d’Achille tenderà ad ispessirsi e gonfiarsi proprio in queste zone.

La rottura è purtroppo un evento non infrequente quando questo tipo di patologia viene trascurata. Inizialmente si procede attraverso lo stretching e la fisioterapia; in seguito, i trattamenti rigenerativi, spesso nel caso di fallimento delle precedenti terapie conservative, possono essere di grande aiuto.
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Terapia conservativa: tecarterapia

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Negli ultimi anni, i progressi della medicina hanno permesso di utilizzare determinate terapie fisiche in maniera routinaria, proprio per il trattamento di alcune patologie ortopediche.

La tecarterapia, per esempio, può essere molto utile nel trattamento delle tendinopatie proprio per le sue caratteristiche: stimola in maniera significativa la circolazione del sangue al livello locale, induce un rilassamento muscolare.
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Medicina rigenerativa: PRP, Lipogems e monociti

La medicina rigenerativa, può essere molto efficace nel trattamento delle tendinopatie non inserzionali. Trattamenti come quelli con il gel piastrinico (PRP), Lipogems o terapie che prevedono l’utilizzo dei monociti, consistono nell’autoprelievo di cellule, che vengono poi trattate ed applicate sulla parte anatomica da rigenerare.

Nel caso del PRP si procede con un prelievo di sangue che ha lo scopo di estrarre le sole piastrine dal plasma, attraverso un processo di centrifugazione. Le piastrine sono infatti ricche di fattori di crescita, che hanno un’importate funzione anti-infiammatoria, meno rigenerativa.

Questi fattori di crescita ottenuti dalla centrifugazione del prelievo, vengono quindi infiltrate con una semplice siringa nell’area di sofferenza tendinea.

Si tratta di una procedura veloce, poco invasiva per il paziente e sicura, in quanto ottenuto dal sangue del paziente senza rischi di contaminazione.

Piu recente è la procedura che prevede il prelievo delle cellule mesenchimali presenti nel tessuto adiposo. Parliamo della tecnica Lipogems dal potere rigenerativo indubbiamente più potente se paragonato al PRP.

Questa procedura, che va effettuata in sala operatoria, prevede il prelievo delle cellule del grasso attraverso una liposuzione.

Il grasso viene quindi elaborato e processato per arrivare ad isolare le cellule mesenchimali: cellule multipotenti e quindi con una capacità rigenerativa propria.

Ancora più innovativa è la terapia che prevede l’utilizzo dei monociti.

La semplicità di preparazione (si tratta nuovamente di un semplice prelievo del sangue) e la forte capacità rigenerativa del composto ottenuto, fanno pensare che questa tecnica riscuoterà un sempre maggiore interesse nel futuro prossimo.
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La chirurgia per la ricostruzione del tendine d’Achille

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La chirurgia di ricostruzione del tendine d’Achille è particolarmente indicata nei casi in cui la degenerazione tendinea sia in una fase avanzata incompatibile con qualsiasi terapia biologica o ancora nei casi di rottura del tendine d’Achille.

Inoltre la chirurgia è indicata nei casi di tendinopatia inserzionale Achillea, per la quale non vi è solitamente spazio per le terapie biologiche.

Per l’ortopedico, quindi, è fondamentale comprendere quali sono i casi in cui è desiderabile tentare un trattamento conservativo, distinguendoli da quelli in cui diventa necessario adottare subito un approccio chirurgico.
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