Sono i cambi di stagione che spesso portano una paziente a farsi visitare per l’alluce valgo.

La “cipolla”, questa fastidiosa borsite che si manifesta in presenza di un alluce valgo, ci ricorda che esiste, gonfiandosi, infiammandosi e provocandoci dolore ogni volta che cambiamo le scarpe e passiamo a calzature più chiuse ed avvolgenti.

Indubbiamente, il momento critico è quando si torna dalle vacanze estive. Infatti, al mare, o, comunque, nei periodi caldi, spesso si indossano sandali, scarpe aperte, infradito, che sollecitano meno questa famosa “cipolla”. Poi, arriva l’autunno, gli impegni si moltiplicano, il dolore si riacutizza, ma non si trova il tempo per una visita accurata. Ecco l’inverno: l’utilizzo degli stivali si fa sempre più difficile, ma la routine quotidiana è inarrestabile. Ci si ripromette di risolvere il problema alla prossima primavera. Con l’arrivo del bel tempo, però, si torna alla calzature aperte e in estate, di nuovo, come per miracolo, si ha la sensazione di essere guariti.

Spesso è un ciclo che si ripete anno dopo anno e quando arriva la paziente in studio davvero non ne può più!

Intervento alluce valgo: quando operare?

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Ma come fare a programmare una correzione ed evitare di arrivare al limite? Esiste una stagione migliore?

Innanzitutto, prima di programmare, bisogna diagnosticare.

È evidente che anche un profano può distinguere un alluce valgo da uno ben allineato. Tuttavia, è bene ricevere una diagnosi precisa, perché esistono forme di alluce valgo che sono intimamente connesse ad altre deformità del piede, come per esempio il piede piatto. Non riconoscerle e non trattarle significa esporsi al rischio di una dolorosa recidiva.

Per una diagnosi completa è necessario osservare il paziente mentre cammina e, più spesso, completare il quadro con una radiografia dei piedi in carico, ossia eseguita stando in piedi. Ricevuta una diagnosi precisa con il conseguente consiglio di sottoporsi ad un intervento correttivo, di cosa si tratta realmente?
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L’intervento correttivo di alluce valgo

Operativamente si tratta di un intervento davvero mini-invasivo in ogni senso.

Gli accertamenti pre-operatori necessari sono: un semplice emocromo (esami del sangue) ed una visita anestesiologica, normalmente eseguite entrambe durante il pre-ricovero o, in alternativa, al momento stesso del ricovero.

L’intervento prevede un’anestesia “locale”, in cui viene addormentata la gamba dal ginocchio in giù. Per le pazienti più ansiose è possibile prevedere una sedazione generale, ma non è assolutamente una necessità.

L’intervento si esegue tramite piccolissime incisioni (veri e propri “buchini” nel caso della tecnica percutanea) ed ha una durata di circa 20 minuti.

È possibile camminare da subito, appoggiando il piede operato completamente ed utilizzando una calzatura piana rigida, che protegge il piede, senza però obbligarlo a posture innaturali. Le stampelle sono evidentemente un aiuto nei primi 2-3 giorni, ma non una necessaria costrizione.

È, invece, assolutamente importante mantenere il piede operato in posizione elevata. Se si decide, ad esempio, per un precoce ritorno in ufficio, programmabile già dopo qualche giorno dall’intervento, è bene ricordarsi di tenere il piede in alto, appoggiarlo su una semplice sedia è più che sufficiente. Un comportamento corretto eviterà gonfiore post-operatorio e permetterà un veloce ed indolore ritorno ad attività sportiva ed a scarpe con tacco. È, possibile, infatti, prevedere un ritorno ad una scarpa normale a sole quattro settimane, lo sport e le scarpe con il tacco più impegnative aspetteranno 2 mesi. Si tratta davvero di un intervento semplice e riproducibile. La bassa invasività lo rende, pertanto, un intervento “per tutte le stagioni”.

Unico ingrediente fondamentale: la possibilità di potersi regalare un po’ di riposo e relax per un breve tempo del decorso ( 7-15 giorni)!

Un consiglio ? Non arrivare all’ultimo e programmarlo per tempo!
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