Visitare, fare diagnosi, informare, curare e accompagnare il paziente nel tempo.

Così mi è stato insegnato il ruolo del Medico, in questo modo cerco di farlo ogni giorno.

Mi piace immaginarlo come un cerchio continuo in cui un momento migliori l’altro.

La visita di un paziente non è un momento in cui  guardare due radiografie o una TAC, né si conclude osservandolo camminare o sdraiato sul lettino.

Il mio ruolo di medico

Visitare significa incontrare una persona con un problema, dialogarci, comprenderla e, solo a quel punto, condividere una diagnosi ed un piano di trattamento, informando.

Non si può prescindere dalla storia dei tanti pazienti curati prima, da quelli soddisfatti e da quelli meno soddisfatti.

Ognuno di noi, quando propone un trattamento, prima di esprimerlo, pensa a tutti i pazienti che ha avuto il privilegio di incontrare per quello stesso problema o per una patologia simile, ai benefici che hanno tratto dalle cure, e anche alle delusioni che, raramente, ha dovuto affrontare.

Ecco perché è importante l’informazione: non è un semplice atto sterile in cui il Medico si distacca e prende le distanze da quello che potrà succedere nel bene e nel male, ma è una condivisione delle probabili gioie e dei possibili dolori a cui si andrà incontro.

Semplicemente, l’informazione permetta alla storia professionale del Medico di diventare un collante tra chirurgo e paziente.

È un momento in cui due squadre (quella del Medico e quella dei “cari” del paziente)  si incontrano e si fondano negli intenti, grazie alla fiducia.

In quest’ottica la ricerca clinica assume un altro valore. Quei dati pubblicati, quei numeri, contribuiscono ad oggettivare le speranze e gli obiettivi di questo nuovo team che si crea ogni volta che un paziente sceglie il suo medico.

Non sono dati fine a sé stessi, sono risposte ai dubbi che è giusto che un paziente abbia prima di affrontare un percorso.

La chiave è seguire i pazienti nel tempo: per il loro bene e per il bene di quelli che verranno!
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L’importanza del fast-track

Questa visione trova espressione in un termine che spesso mi trovate ad usare: “fast-track”.

È una parola inglese, fredda, perché probabilmente ci ricorda code in aeroporto e magari pure qualche privilegiato che ha la possibilità di saltarle.

In realtà è davvero un condensato di sforzi e intenti.

Fast-track significa condividere con il paziente, prima che si sottoponga ad un intervento, i principali momenti, visti dalla sua prospettiva, non dalla nostra.

Cosa succederà all’ingresso in ospedale, chi e come lo accoglierà, perché fa freddo in sala operatoria, perché viene scelta un’anestesia o un’altra, perché è importante caricare e camminare il giorno stesso o il giorno dopo dell’intervento, perché una dimissione veloce è una grande attenzione nei suoi confronti, che richiede un grandissimo lavoro da parte del team: chirurghi, anestesisti, infermieri, fisioterapisti, personale amministrativo, paziente e familiari. Insieme è possibile.

Nel fast-track nulla è legato al caso, ogni momento ha un motivo preciso, che viene condiviso.

Il fast-track è frutto della Ricerca e necessita di una un’intera struttura organizzata, entusiasta e dedicata al paziente. Ancora di più per la caviglia ed il piede, dove abbiamo il privilegio e l’onere di essere dei pionieri.

Ecco perché ci farebbe piacere che quando i nostri pazienti pensassero al fast-track, si sentissero dei privilegiati: è una parola che ci piace ripetere e condividere.
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Humanitas San Pio X: la nostra nuova casa, il nostro progetto

ortopedia humanitas

È una parola che ci ha portato ad avere esigenze specifiche per i nostri pazienti e che ci ha spinto a fare delle scelte. Per crescere e migliorare.

Migliorare. Avere un progetto.

Crescere come numeri, ridurre l’attesa per i nostri pazienti.

Crescere per fare ancora più ricerca.

Crescere per dare vita ad un fast-track ancora più specifico, disegnato sulle esigenze complesse dei nostri pazienti.

Crescere per disegnare insieme un centro su misura che sia la casa di ogni paziente che abbia problemi di piede e caviglia.

È così che vi presento la nostra nuova casa, Humanitas San Pio X, in centro a Milano, la mia città.

Un grande gruppo che ci ha scelto per costruire la casa di ogni paziente che abbia problemi di piede e caviglia.

Condivido con voi, sulla nostra pagina, questa gioia e questa responsabilità.

È una grande emozione pensare a questi 10 anni in cui ho incontrato persone appassionate e dedicate al loro lavoro, che mi hanno permesso di crescere e sviluppare le mie idee, la mia ricerca ed essere quello che siamo oggi!

Grazie agli infermieri degli ambulatori, del reparto e della sala operatoria: spesso ho chiesto tanto a loro, e altrettanto spesso ho ottenuto risposte positive e abnegazione.

Grazie ai colleghi che mi hanno visto crescere: grazie a quelli che mi hanno insegnato, stimato e a quelli che mi hanno ostacolato.

Ovunque ed in qualsiasi campo si incontrano ostacoli: grazie soprattutto a voi! Incosapevolmente ci avete aiutato a crescere più forti.

Grazie a chi ha creduto in noi incondizionatamente, penso in particolare a chi ha supportato la nostra attività di ricerca, grazie prof. Banfi.

Infine, grazie a chi ci ha condiviso con noi lunghe giornate di lavoro, grazie per averci fornito la possibilità di una crescita professionale unica: grazie a tutto il Team CASCO, grazie dr. Nicola Ursino, grazie Loredana, grazie Ilaria, Laura, Nando, Luca, Oleg, Daniele: vi portiamo nel cuore.

Grazie ai nostri anestesisti: grazie dr. Pollini per la tua dedizione ai nostri pazienti, grazie dr. Sacchitelli.

Grazie da tutti noi, il mio team ed i nostri pazienti.

Federico Usuelli
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