Questa settimana si è tenuto a Torino il 101 Congresso Nazionale SIOT (Società Italiana di Ortopedia e Traumatologia).
Si tratta di un appuntamento importante per tutto il mondo dell’ortopedia. Il congresso infatti riunisce super-specialisti di ogni campo: dalla traumatologia, alla protesica di anca, ginocchio, caviglia, all’artroscopia.
In occasione di questo evento e per quello che rappresenta per il mondo dell’ortopedia, siamo sempre molto attivi e partecipi. Quest’anno molti sono gli articoli inviati che abbiamo avuto modo di commentare ed esporre, spiegando i nostri risultati.
Il nostro cavallo di battaglia rimane l’artrosi di caviglia e la protesi di caviglia, ma non dimentichiamo che stiamo parlando di un complesso che lavora in simbiosi: piede e caviglia insieme.
Purtroppo per i vari impegni di lavoro già presi quest’anno non sono riuscito a prendere parte direttamente al congresso. Ma la mia equipe si è dimostrata assolutamente all’altezza.

Il piede piatto di 2° grado

Claudia ha presentato il nostro studio sul ritorno allo sport dopo la correzione chirurgica del piede piatto di II grado. Si tratta di un articolo “Return to sport activities after Medial Displacement Calcaneal Osteotomy and Flexor Digitorum Longus Transfer” appena pubblicato sul giornale Europeo KSSTA (Knee Surgery, Sports Traumatology, Arthroscopy).
I nostri risultati ci indicano come sia possibile, per un paziente dopo l’intervento chirurgico, tornare a praticare sport anche nei casi in cui l’attività sportive pre-intervento fosse resa impossibile dalla sintomatologia legata al piede piatto. Non si tratta di atleti professionisti, atleti olimpici, bensì di pazienti che prima dell’intervento risultavano limitati nel praticare uno sport così come nello svolgimento delle attività quotidiane.
Abbiamo accostato i nostri risultati a quelli del mio maestro Mark Myerson, che riportava dati meno avvincenti, ma sono pochi gli studi in letteratura che analizzano questa tematica.
L’intervento di correzione del piede piatto di II grado è sicuramente un intervento piuttosto commune per chi si occupa specificamente di chirurgia del piede e della caviglia. È importante seguire i propri pazienti nel follow up e analizzare i risultati ottenuti dopo l’intervento. Sicuramente questo studio è un passo in più, volendo analizzare non solo quella che è la risoluzione della sintomatologia e il ritorno alle normali abitudini della quotidianità, ma anche la capacità di tornare a svolgere un gesto sportivo.
Tenere conto di questi risultatati è molto importante quando proponiamo ad un paziente di affrontare questa tipologia di intervento.

La protesi di caviglia

Luigi e Cristian invece hanno portato avanti il topic della protesi di caviglia.
Luigi lo ha fatto attraverso due articoli, il primo riprende la tematica dell’attività sportiva. L’articolo in questione è “Sports and recreational activities following total ankle replacement”. È possibile tornare a praticare sport dopo una protesi di caviglia? Anche in questo caso la risposta è positiva. Benché infatti lo scopo dell’intervento di protesi di caviglia non sia quello di portare il paziente a riprendere l’attività sportiva, bensì di tornare a camminare senza dolore e riprendere la sua autonomia nelle attività quotidiane, lo sport non deve essere visto come un’attività  a priori irraggiungibile o incompatibile con la protesi di caviglia.
Il secondo studio esposto da Luigi è stato “Clinical Outcome and Fusion Rate Following Simultaneous Subtalar Fusion and Total Ankle Arthroplasty.
Con i nostri numeri, abbiamo dimostrato che l’intervento di impianto di protesi di caviglia e simultanea artrodesi della sottoastragalica è una scelta assolutamente sicura ed affidabile.
È infatti possibile eseguire questo tipo di intervento in un unico tempo chirurgico, permettendo al paziente di sottoporsi ad un’unica anestesia e di intraprendere un percorso riabilitativo completo che lo porterà ad un appoggio fisiologico nel giro di qualche mese.

Mobile Bearing e Fix Bearing

Cristian ha ripreso il nostro primo studio sul “Postetior Talar Shifting in mobile-bearing total ankle replacement” estendendo il discorso anche al modello protesico fix bearing. L’articolo in questione è stato “Sagittal tibiotalar translation and clinical outcomes in mobile and  fixed-bearing total ankle replacement”, pubblicato recentemente sulla rivista europeo Foot and Ankle Surgery.
L’esperienza del nostro gruppo nella protesica di caviglia è singolare e ci ha permesso di avere dati davvero unici. Infatti la conoscenza e l’utilizzo del sistema protesico mobile bearing così come del fix bearing, ci ha permesso di confrontare il comportamento di questi due disegni protesici.
Lo studio sottolinea come le protesi mobile bearing abbia movimenti di compenso nei primi 6 mesi, al contrario della protesi fix bearing che non si presta a nessun movimento di “assestamento”.
Infatti, con un approccio anteriore è più difficile essere accurati in termini di posizionamento sagittale (astragalo rispetto alla tibia) e rotazione interna dell’impianto astragalico. Avere la possibilità di beneficiare di un sistema meno rigido e vincolato che abbia movimenti di compenso nei primi sei mesi è un grande vantaggio tecnico.
Al contrario il fix bearing si basa, come dice anche la parola, su un sistema vincolato per cui non ci si aspettano movimenti di compenso dell’impianto. Ecco perché per noi il fix bearing deve essere per forza associato ad un approccio laterale. Questo infatti permette di scegliere con cura il centro di rotazione e di posizionare l’impianto con precisione in modo da non avere più bisogno di alcun movimento di adattamento.
Grazie Claudia, Luigi e Cristian. Grazie per la vostra dedizione, ma anche per l’entusiasmo che mettete nel vostro e nostro lavoro. Grazie perché anche quando non riesco ad essere presente e a supportarvi, voi dimostrate piena conoscenza e autonomia. Questo mi rende molto orgoglioso di voi e del lavoro che insieme stiamo svolgendo.

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