Affrontiamo un argomento che muove grande interesse su Internet.
Pensate che 12.500 persone – ogni mese – cercano su Google la parola “spina_calcaneare“.

Il motivo principale, dietro a queste ricerche, è come sempre la conferma dei sintomi e la ricerca di una soluzione al dolore.

Ecco l’importanza di questo approfondimento che indaga:

  • il rapporto tra spina calcaneare e fascite plantare;
  • le differenze con il morbo di Haglund;
  • le soluzioni al dolore.

Le 3 soluzioni terapeutiche che analizzeremo, saranno:

  • stretching e tecar-terapia;
  • PRP;
  • intervento chirurgico.

Che cos’è la spina calcaneare

Con il termine “spina calcaneare” s’intende un’esostosi plantare del calcagno, in corrispondenza dell’inserzione della fascia plantare.

Questo fenomeno non è sempre indice di una patologia. Infatti, sono tantissimi i pazienti che presentano questa calcificazione senza avere alcun dolore o disagio che potrebbe indicare invece una fascite plantare calcifica.

Quando il paziente lamenta dolore, generalmente lo riferisce in corrispondenza del calcagno, sull’area di carico, questo dolore è definito dal termine medico “tallodinia”.

Spesso il paziente è molto specifico nell’individuare l’area dolente, gli spostamenti e le evoluzioni del dolore. Tuttavia, questo non è un aspetto rilevantissimo per il medico che si prende cura del paziente.

Infatti, la struttura anatomica patologica è l’intera fascia plantare e il dolore si manifesta in un’area limitata o indifferentemente lungo il decorso di tutta la fascia plantare.

La causa di questa patologia è stata identificata nella contrattura o “brevità achillea”, che tensionerebbe in modo anomalo la fascia plantare.

La terapia iniziale è dunque, lo stretching del polpaccio, che se eseguito con costanza, nella maggior parte dei casi, porta a una completa remissione della sintomatologia nel giro di 2-3 mesi.
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Spina calcaneare e morbo di Haglund

Haglund è lo studioso che ha descritto la presenza di un’esostosi retroachillea a livello del calcagno, in grado di indurre una tendinopatia inserzionale achillea.

Si tratta di una calcificazione, che visivamente ha l’aspetto della spina, ma che al contrario della spina calcaneare è presente a livello dell’inserzione del tendine d’Achille.

In realtà, il complesso achilleo-plantare può essere considerata un’unica entità funzionale, spiegando così la frequente coesistenza di esostosi retro-achillea (Haglund) e spina calcaneare.
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La differenza tra spina calcaneare e fascite plantare

La diagnosi di fascite plantare che in realtà è quella corrispondente a una spina calcaneare sintomatica, è clinica.

Il paziente è preciso nel descrivere un dolore che può essere presente in un’area che sembra corrispondere proprio all’evidenza radiografica della spina o essere diffusa lungo il decorso della fascia plantare.

La radiografia in carico, può evidenziare la presenza di questa calcificazione e correlare la fascite a un’eventuale alterazione scheletrica (pronazione o supinazione).

Ecografia e risonanza magnetica possono talvolta essere richieste per completare il “quadro di imaging” ed avere informazioni sulla qualità del tessuto tendineo achilleo e della fascia plantare.
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Soluzioni terapeutiche conservative

Stretching e Tecar

La fascite plantare deve essere approcciata conservativamente.

Infatti, il primo consiglio che si dà ai pazienti è proprio quello di programmare esercizi di stretching del tricipite. È importante eseguire lo stretching per un tempo prolungato durante la giornata e non aspettarsi un risultato nei primi quindici giorni, ma dopo almeno un mese.

Oltre allo stretching esistono delle terapie fisiche che hanno l’obiettivo di iper-ossigenare l’area sofferente. È nota l’onda d’urto, meglio se focale. Un ciclo normalmente consta di tre sedute. Ovviamente l’obiettivo dell’onda d’urto non è di sciogliere la calcificazione plantare, ma di iper-ossigenare l’area malata.

In effetti, la radiografia, dopo le terapie per verificare lo stato della spina è davvero inutile. Il paziente continuerà a presentare la spina, ma, se la terapia sarà efficace, senza più dolore.

Un’altra valida opportunità terapeutica è offerta dalla TecarTerapia. Si tratta di una terapia fisica che sfrutta il fatto che il nostro corpo sia un conduttore di seconda specie mediante elettrodi capacitivi e resistivi.

Il paziente, nel caso della fascite plantare, viene posizionato prono sul lettino, con una piastra di scarico sotto la coscia e trattato dal ginocchio in giù. In caso di esigenze posturali diverse sarà curato l’arto inferiore in toto. Un ciclo può richiedere tra le sei e le dieci sedute.

Infine, un ulteriore approccio assolutamente promettente è offerto dalla rieducazione propriocettiva, che riduca gli stress cui sono soggetti le strutture mio-tendinee.
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Soluzioni terapeutiche biologiche

Medicina rigenerativa

La medicina rigenerativa viene sempre più spesso utilizzata come terapia per problemi miotendinei e fasciali e, ovviamente, la fascite plantare è una delle aree di applicazione di questa metodologia.

Le alternative terapeutiche sono rappresentate da PRP e Lipogems.

Il PRP o gel piastrinico è ottenuto da un prelievo venoso. Il sangue viene processato attraverso un processo di centrifugazione con dei filtri dedicati. Filtri diversi permettono di ottenere PRP con o senza la presenza di linfociti, con indicazioni diverse. Esistono PRP che possono offrire al medico la possibilità di selezionare e modulare la presenza di linfociti, offrendo una sorta di “PRP a-la-carte” a seconda delle esigenze del paziente.

È bene sottolineare come il potenziale rigenerativo del PRP sia ad oggi considerato molto limitato, ma il potenziale anti-infiammatorio e antalgico è indubbiamente importante.

Un’ulteriore evoluzione biologica ci è offerta da un deposito naturale di cellule mesenchimali nel nostro organismo: il tessuto adiposo (comunemente: grasso).

La procedura che sfrutta il potenziale rigenerativo del tessuto adiposo è noto come Lipogems. Prevede una piccola liposuzione, generalmente eseguita dall’addome in regione peri-ombelicale con un ago dedicato. Il grasso viene processato nel giro di 20 minuti.

Vengono isolate le cellule con potenziale biologico rigenerativo nella loro matrice, che poi vengono iniettate localmente. Il potenziale rigenerativo di Lipogems parrebbe essere assolutamente buono, per via del fatto che sono portate localmente (nell’area del tessuto patologico), cellule in grado di rigenerare e di ottenere un effetto paracrino, ossia di stimolare le cellule residenti a differenziarsi e diventare parte attiva nella riparazione.

Le infiltrazioni di PRP o di Lipogems prevedono per il paziente un carico immediato, ma un lieve dolore e tumefazione locale nella prima settimana.
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Soluzione terapeutiche chirurgiche

L’intervento chirurgico

Quando gli approcci conservativi e di medicina rigenerativa falliscono, esiste un’opzione terapeutica chirurgica mini-invasiva.

Con una piccola lama da bisturi mini-invasiva e una mini-incisione, è possibile allungare la fascia plantare e asportare la spina calcaneare o quantomeno farla sanguinare per indurre un processo rigenerativo-riparativo efficace.

Si tratta di un intervento eseguibile in anestesia locale o con blocco periferico. La durata dell’intervento è mediamente di dieci minuti.

Il paziente presenta dolore a caricare per i primi 10-15 giorni, senza che vengano imposte limitazioni che rappresentino un’attività stressante per la fascia plantare (l’unica eccezione è la guida) da parte del medico.

È corretto aspettarsi un risultato nell’arco di 30-40 giorni dall’intervento.

Nel caso in cui anche questa opzione non sia soddisfacente, si può conservare una procedura di allungamento del tendine d’Achille, eseguibile non tramite un allungamento diretto, ma tramite una sezione della fascia tricipitale ed un mini-approccio a livello della giunzione miotendinea del muscolo tricipite (il muscolo del tricipite) o dietro il ginocchio a livello della regione poplitea.
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