Abbiamo parlato più volte di come la protesi di caviglia si distacchi dagli altri modelli protesici di anca e ginocchio.
Partendo con ordine, la differenza principale sta nella epidemiologia della patologia che vi è a valle: l’artrosi di caviglia.

Le cause dell’artrosi

Per prima cosa è bene sapere che l’artrosi di caviglia ha un’incidenza significativamente minore rispetto a quella dell’anca e del ginocchio. Inoltre nella maggior parte dei casi (65-80%) parliamo di artrosi di caviglia post-traumatica e non degenerativa-evolutiva. Non è quindi la classica “vecchiaia” ad indurre artrosi nell’articolazione della caviglia bensì un trauma, tipicamente ad alta energia, d’impatto.
Questo spiega perché i pazienti più colpiti siano solitamente pazienti giovani e attivi, nel pieno della loro attività. Ecco perché la protesi di caviglia deve rispondere a grandi aspettative e richieste funzionali da parte del paziente.
Non bisogna però pensare alla protesi di caviglia come ad un’omologa della normale e naturale articolazione tibio tarsica.
Per quanto una protesi di caviglia riproduca il più similmente possibile la normale articolazione, non raggiungerà mai i livelli di movimento e le capacità funzionali di quest’ultima.

Gli studi fatti sull’artrodesi e sulla protesi di caviglia

Grandi passi sono stati fatti da quando si pensava che l’artrodesi fosse il gold standard per il trattamento dell’artrosi di caviglia. Infatti, si e’ visto nel tempo che l’artrodesi di caviglia, ovvero la fusione della caviglia che viene bloccata a 90 gradi, può portare ad alcuni importanti svantaggi tra cui il sovraccarico delle articolazioni limitrofe esitante in artrosi delle stesse, l’anormale svolgimento del passo, l’alto tasso di non-union cioè non guarigione della fusione, lunghi periodi di riabilitazione.
Questo ha portato a guardare alla protesi di caviglia con un sempre maggiore interesse progettando impianti e utilizzando materiali all’avanguardia.
Molte analisi e studi sono sati fatti sui design e sui materiali valutando anche l’eventuale utilizzo o meno del cemento, per incrementare la stabilità dell’impianto e che inizialmente sembrava dare risultato migliori. Questi sono stati smentiti da Kofoed che ha sottolineato come l’utilizzo del cemento possa portare al fallimento dell’impianto protesico in percentuale maggiore rispetto all’età del paziente e all’attività ad alto impatto che questo possa svolgere.
Recentemente un collega Americano Demetracopoulos ha dimostrato simili risultati clinici e radiografici paragonando pazienti giovani (< 55 years) e anziani (> 70 years) sottoposti a protesi di caviglia nei due anni precedenti, sottolineando inoltre come anche il tasso di complicanze e revisioni sia equiparabile tra i due gruppi.

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Conclusioni

La protesi di caviglia è quindi un intervento che sta diventando sempre più popolare e che può regalare ai pazienti migliori risultati rispetto all’artrodesi in termini di qualità della vita e attività fisica. Tuttavia non bisogna dimenticare l’altro lato della medaglia. Si tratta infatti come precedentemente pubblicato di una chirurgia complessa e “di nicchia” con una lunga curva di apprendimento. Proprio questa learning curve può contribuire infatti ad aumentare il tasso di fallimenti, correlando l’abilità del chirurgo alla buona riuscita dell’intervento ancora di più rispetto alla tanto discussa età del paziente o al livello di attività sportiva che il paziente dovrebbe mantenere dopo l’intervento.

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