Alluce rigido

L’alluce rigido è indubbiamente la causa più frequente di chirurgia del piede nell’uomo. Tuttavia, è seconda solo all’alluce valgo nelle donne.

Quindi è una patologia del piede che colpisce entrambe i sessi.

È una condizione che il più delle volte è tollerata benissimo per gran parte della vita, soprattutto negli uomini. Nelle donne può succedere che dia segno di sé insidiosamente anche prima dei 40 anni.
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Alluce rigido: i sintomi

Spesso, però, non è l’alluce ad accendere il campanello “dolore” ma sono:

  • le dita laterali ad iniziare a deformarsi (dita a griffe);
  • la pianta del piede a sviluppare calli dolorosi (metatarsalgia).

Altrettanto spesso si pensa che sia sufficiente correggere la deformità del dito per risolvere il problema.

Questo purtroppo può diventare per il paziente l’inizio di una lunga odissea. Esistono dita a griffe isolate e quelle senza alcun dubbio possono essere curate isolatamente.

Tuttavia, ogniqualvolta si abbia un dito che si deforma, un callo nuovo o la pianta del piede che fa male, bisognerebbe verificare di non essere di fronte ad una forma di alluce rigido iniziale.

Infatti, un alluce rigido, come esordio, consiste in una riduzione del movimento a livello dell’articolazione dell’alluce (metatarso-falangea). Quando questa riduzione riduce il movimento sotto i 70 gradi, il piede durante la fase propulsiva richiederà dei compensi alle altre dita. Ecco, allora, comparire deformità e dolore a livello della pianta del piede e della dita!

Scientificamente questo è stato un tema che ho studiato fin dall’inizio della mia carriera di ortopedico. Analizzando le radiografie in carico di oltre trecento pazienti, già allora, abbiamo dimostrato come l’alluce rigido sia la conseguenza di una deformità congenita.
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La diagnosi di alluce rigido

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Questa deformità consiste in un elevato del primo metatarsale rispetto agli altri. Un parametro che si studia con radiografie dei piedi in carico.

Ecco perché bisogna richiedere al paziente delle radiografie in carico (eseguite stando in piedi) prima di prendere una decisione terapeutica!

È una osservazione che abbiamo pubblicato nel 2011 su Foot and Ankle International, la rivista leader nel settore scientifico.

Oggi più che mai, questa nostra pubblicazione guida la pratica quotidiana.
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La prevenzione dell’alluce rigido

Siamo infatti convinti che sia possibile fare prevenzione delle forme di alluce rigido e griffe delle dita, tramite la correzione precoce di quest’unico parametro.

Infatti, una volta diagnosticato un alluce rigido iniziale ed una volta verificata la presenza di un primo metatarsale elevato, è possibile pianificarne una correzione chirurgica.

In caso l’alluce rigido sia, invece, sintomatico, il dolore può essere legato ad una sorta di cipolla presente sulla superficie dorsale del piede. Questa può entrare in conflitto con calze e calzature e generare borsiti, infiammazioni acute e dolore.

In questi casi la soluzione – l’osteotomia obliqua – rappresenta una valida opzione, ma deve essere associata al trattamento delle deformità accessorie.

In primo luogo la “cipolla” dorsale (esostosi) sarà da rimuovere mediante una chelectomia. Evidentemente la sola chelectomia non sarà sufficiente a ripristinare l’equilibrio bio-meccanico del piede e sarà da associarsi ad un’osteotomia obliqua.

Nei casi più complessi, dove alluce rigido, borsite dorsale, metatarsalgia e deformità delle dita coesisteranno sarà ancora più importante per il chirurgo studiare il piede nel suo complesso mediante radiografie dei piedi in carico e pianificare un unico trattamento che preveda la correzione di tutte le deformità.
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La chirurgia mini-invasiva dell’alluce rigido

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La soluzione è un’osteotomia obliqua: ossia un’osteotomia che preveda una plantariflessione del primo metatarsale dei millimetri sufficienti a ridare un equilibrio funzionale (generalmente oltre i 5 mm).

L’obiettivo è di abbassare il primo metatarso elevato, ridando movimento in estensione all’articolazione metatarso-falangea dell’alluce.

Questo è un intervento eseguibile con un’anestesia locale dalla caviglia in giù, una piccola incisione (davvero pochissimi centimetri).
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Alluce rigido: il decorso post-operatorio

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Il carico è concesso da subito e la scarpa postoperatoria piana è da portare per 4 settimane. A 30 giorni si torna ad una scarpa normale. A due mesi si è pronti per scarpe esteticamente appaganti e attività sportiva.

La piscina ed il mare aiuteranno mediante l’idrokinesiterapia già dal quindicesimo giorno.
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Chi deve prendere in considerazione l’intervento?

Ovviamente esistono, invece, alluci rigidi che sono tollerati per tutta la vita da anche da pazienti esigenti.

Questi non sono soggetti che devono pensare a correzioni chirurgiche, ma semplicemente devono essere seguiti e magari consigliati nella scelta di calzature idonee.

È bene sapere che l’alluce rigido è quasi sempre associato ad un piede piatto o, tutt’al più neutro. Bio-meccanicamente è assolutamente improbabile che un piede cavo sviluppi un alluce rigido. In poche parole, durante un ciclo normale del passo, un piede ideale attraversa un momento in cui è fisiologicamente piatto ( fase di appoggio) ed un momento in cui diventa cavo (fase di spinta).

Il piede, quindi, quando appoggia, è tendenzialmente piatto e si comporta come una molla che attutisce l’incontro con il terreno. Al contrario, quando è cavo, si trasforma in una leva rigida che genera propulsione.
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Piede piatto e alluce rigido

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In un paziente con un piede piatto patologico o semplicemente in un “pronatore”, il piede esercita molto bene la sua funzione di ammortizzatore, ma continua a comportarsi come tale anche quando gli verrebbe chiesto di divenire una leva rigida. Ecco, allora, che nella fase di spinta si ritrova a chiedere troppo all’avampiede e alluce, inevitabilmente, diventa più rigido.

In questi soggetti,una scarpa da pronatore o un plantare possono fare la differenza.

È importante, quindi,  che a consigliare il paziente ed a guidarlo in questo percorso, sia un medico, specialista in Ortopedia e Traumatologia, con delle competenze in Chirurgia del Piede.

D’altro canto è irrinunciabile per lo specialista, la collaborazione con altre figure sanitarie preposte alla cura del piede, una volta finalizzata la diagnosi. La conoscenza del tecnico delle proprietà fisiche dei materiali e della biomeccanica del piede porteranno ad un risultato vincente.
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